ASSOLUTAMENTE DIVA

Fabrique-Sofia Loren

Un’ora di attesa, sette minuti a disposizione per parlarle. «Sono stanca», dice lei alla seconda domanda. Ma è solo una posa. Tanto per saggiare il terreno, tanto per provocare.

Ospite del festival di Cannes per La voce umana, il mediometraggio diretto dal figlio Edoardo Ponti, Sophia Loren ha voglia di scherzare. Il giorno successivo alla nostra intervista terrà una lezione di cinema nel Palais del festival da tutto esaurito, seducendo il pubblico e incantando i fotografi senza risparmiarsi nessun vezzo. Incluse le lacrime. E un abito da capogiro. Marcello Mastroianni, scelto quest’anno dal festival come volto ufficiale, la guarda dall’alto dei poster mentre Loren festeggia il ritorno a Cannes, che nel 1966 la volle addirittura presidentessa di giuria. «Marcello è nel mio cuore – dice la diva, il mito, l’icona – Abbiamo lavorato insieme per vent’anni. Trovarlo qui è stata la cosa più bella di questo festival».

È tornata a Cannes con il film di suo figlio. Come si è sentita a recitare per lui?

È stato meraviglioso. È un regista attento e meticoloso. Abbiamo provato il monologo come se fosse una pièce teatrale. Confesso che è stata la prima volta in vita mia in cui ho fatto delle prove per un ruolo.

È difficile, oggi, immaginarla alle prese con il panico da provino. Ne ricorda qualcuno particolarmente emozionante?

Certo, quando De Sica mi chiamò per il casting de L’oro di Napoli. Tremavo dall’emozione. Lui si limitò a fare due chiacchiere con me in napoletano, e dopo poche frasi già mi aveva scelta. Non ci potevo credere. Posso dire che per tutti gli anni della nostra collaborazione, da allora, non c’è mai stato uno screzio, un’incomprensione. Ci bastavano poche parole nella nostra lingua e io sapevo cosa fare.

C’è stato un periodo della sua carriera in cui ha pensato di non farcela?

I primi anni sono stati il periodo più duro. Pensavo solo a trovare lavoro per portare a casa un po’ di soldi per mia madre e noi figlie. Non guardavo neanche i copioni, mi bastava che ci fosse l’opportunità di lavorare. Poi tutto è cambiato, come in una favola.

Quanto ha contato la bellezza nel suo successo?

La bellezza non è importante. Devi essere “interessante”, cioè diversa da tutte le altre. Io, per esempio, non sono mai stata bella.

Il suo pubblico non la pensa così…

Intendo: non sono mai stata una bella bambolina. Anzi, quando ho cominciato mi dicevano che non ce l’avrei mai fatta perché non ero abbastanza fotogenica. Dicevano che la mia bocca era troppo grande, che avrei dovuto rifarmi il naso. Io, piuttosto, me ne sarei tornata a Pozzuoli. La mia faccia non l’avrei mai cambiata.

Com’è riuscita allora a imporre il suo ideale di bellezza?

Devo ringraziare i fotografi e i registi che hanno capito come valorizzarla.

Lei, che è un’icona del nostro cinema, come convive col suo mito?

Benissimo, visto che non mi sono mai considerata tale.

Come ricorda l’Oscar per La ciociara, nel 1960?

Il problema è che i premi mi mettono una grandissima agitazione: se penso di vincere non vinco. Così, quella sera, non mi sono nemmeno presentata. Sono rimasta in Italia, sveglia fino alle sei del mattino. Dato che non era successo nulla me ne sono andata a dormire. E a quel punto è suonato il telefono e dall’altra parte c’era Cary Grant che urlava: «You won, Sophia! You won!». Ho cominciato a saltare sul letto come una pazza.

A proposito di colleghi: con chi si è trovata meglio sul set?

Cary Grant era una persona squisita, Gregory Peck un gran professionista e Charlton Heston era molto serio. Tra i contemporanei il mio preferito è Daniel Day Lewis: in assoluto il più bravo in circolazione. È solo per lui che ho accettato di girare Nine, un film che in teoria doveva ispirarsi a 8 e mezzo di Fellini… ma di Fellini non c’era proprio niente.

C’è un collega con cui invece non si è trovata a suo agio?

Marlon Brando, con cui feci La contessa di Hong Kong di Charlie Chaplin. Il primo giorno di riprese si è presentato sul set con 45 minuti di ritardo. Chaplin era furioso, lo rimproverò minacciando di sostituirlo. Brando si è scusato, e nell’incredulità generale ha tirato fuori la sua vera voce: una vocina sottile sottile, tutt’altra cosa rispetto a quella che sfoderava sul set. Stava sulle sue e mangiava tutto il tempo, esclusivamente gelati. Non mi stupisce che sia diventato così grosso alla fine. Era un grandissimo interprete, ma di certo non un simpaticone.

Vede un’erede tra le attrici della nuova generazione?

Beh…

È un no?

Non saprei, per dirlo dovrei vedere tanti di quei film… Posso dire con sicurezza che mi è piaciuto molto il film di Sorrentino. Sono felice che abbia vinto l’Oscar. Un successo così grande avrà senz’altro delle ricadute positive per il nostro paese.

Come giudica il cinema italiano di oggi?

Bene. Abbiamo tante cose da dire, siamo bravi e belli. Ci mancano i soldi, purtroppo.

Che ne pensa della crisi?

A me l’Italia sembra sempre bella. Spero che prima o poi questa crisi, che non fa soffrire solo noi, si risolva. Ma non voglio parlare di politica, non mi compete, non saprei farlo.

Cosa la porta ancora sul set?

L’entusiasmo e la voglia di buttarmi in una battaglia, anche se non so come andrà a finire. Le cose difficili mi piacciono. E, facciamo le corna, fino a ora mi sono sempre riuscite.

Ha un sogno professionale ancora da realizzare?

Sì c’è, ma non lo posso dire. Si tratta di una cosa importante per me, una cosa che non ho mai fatto. Ci devo pensare bene.

Si avvicina un compleanno importante, quello degli ottant’anni. Festeggerà?

«Ottant’anni, che ci posso fare? Gli anni passano per tutti. Fortunatamente sto benissimo, ho tanta energia e voglia di fare. Vediamo che succede. Sicuramente farò una bellissima festa».

Qual è la lezione più importante che ha imparato?

La mia vita non è stata facile. Ma sono arrivata a questa età anche perché sono sempre stata circondata da persone che mi amano, che mi stimano, che mi fanno sentire orgogliosa di me. Certo, adesso capisco che devo contare le ore, perché ogni secondo è importante: ogni istante è prezioso.

di: Ilaria Ravarino

foto: Valeriano Colucci

 

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