DA E.T. A MOSÈ

Ph: Courtesy of Jonny Vale - MPC

Ha curato gli effetti visivi di Exodus, La buca, Viva la libertà, Confusi e felici. Lavora fra Roma e Londra, e nel tempo libero insegna ai ragazzi anche come valorizzare all’estero il talento italiano. Gianluca Dentici ha le idee molto chiare, e non solo sui vfx.

 Come sei arrivato al mondo della computer grafica?

A tre anni già frequentavo i set con le scenografie di mio padre Marco Dentici, quindi da sempre ho respirato l’aria del cinema e questo mi ha aiutato non solo a capire il workflow di lavoro della “macchina cinematografica” ma anche gli equilibri del set e il rispetto verso tutte le professionalità coinvolte.  Ma fu E.T. a impressionarmi talmente che già allora decisi che era quello che volevo fare da grande. E il sogno si è trasformato in realtà, poiché anni dopo frequentavo l’accademia di effetti speciali diretta da Carlo Rambaldi, appunto il creatore dell’alieno di Spielberg. Dopo esperienze in varie società (Videa Vfx, Reset Vfx da me fondata assieme ad altri), attualmente lavoro in proprio e insegno nel poco tempo che trascorro in Italia, perché ho iniziato a collaborare con la MPC (Moving Picture Company) di Londra, una delle maggiori società di effetti visivi al mondo: è lì che ho lavorato per Exodus e per un altro grosso progetto che non posso ancora rivelare.

Quali tra i film a cui hai lavorato ritieni più interessanti sotto il profilo tecnico?

In Italia ho lavorato a circa 60 film, ma non tutti meritano di essere menzionati per il loro interesse visivo perché, come sappiamo, in Italia non produciamo storie in grado di sfruttare a pieno le capacità tecniche e artistiche degli operatori di VFX. Tra quelli degni di nota c’è il film di Daniele Ciprì La buca: si è trattato di una lavorazione inusuale, così come poco usuale è tutta l’atmosfera che Daniele ha voluto creare mediante un look surreale e al tempo stesso realistico in un contesto di “non luogo”, come ama definirlo lui.

Per il film sono stati realizzati molti effetti di set extension per ricreare porzioni di strade cittadine; ho lavorato sia come supervisore sul set sia nella fase di pre produzione affrontando lo studio tecnico con lo scenografo e con il regista, poi come 3D artist e compositor. Durante la post produzione abbiamo costruito molti palazzi in CGI seguendo le refence fotografiche concordate e realizzando blocchi di diversa tipologia; li abbiamo poi catalogati in una libreria 3D e usati per estendere la strada reale. Ho fatto anche girare dei contributi green screen di figurazioni che camminavano, che abbiamo utilizzato per “popolare” la porzione di scenografia creata virtualmente. Nella fase di rendering abbiamo posto particolare attenzione alla creazione di vari livelli che chiamiamo passes e che sono dei rendering separati di colori, ombre, riflessi, specularità, insieme ad altri che servono per la selezione e correzione di singoli oggetti. Questi ci hanno permesso di modificare ogni singolo elemento della CG per amalgamarli al meglio con le immagini del girato. Infine ho realizzato dei matte painting impiegando sia tecniche pittoriche che fotografiche.

Che tipo di tecniche e sistemi avete impiegato per Exodus?

È stato un impegno molto duro ma mi ha dato grandissime soddisfazioni. Nello specifico ho lavorato nelle scene in cui gli ebrei sotto la guida di Mosè attraversano il Mar Rosso. Queste scene sono state girate a Fuerteventura nelle Canarie e le abbiamo popolate di molti altri elementi virtuali come folle, cavalli, carri egiziani, uccelli e ovviamente l’enorme onda anch’essa generata in computer grafica con un sistema proprietario di MPC chiamato Flowline.

I software impiegati sono per lo più quelli in commercio che si usano anche in Italia, come ad esempio Nuke per il compositing e Maya per il 3D; la differenza sostanziale sta però in alcuni strumenti che vengono sviluppati internamente che sono sia a servizio della pipeline che del risultato visivo. Ad esempio, MPC ha sviluppato per le masse Alice, uno strumento davvero impressionante nella simulazione dei comportamenti dei digital extras, tool creato per Troy e perfezionato e utilizzato in tutte le successive produzioni. Inoltre, per migliorare ancora l’aspetto degli elementi in CG prima della fase di compositing, si impiega il software Katana dal reparto di lighting. Poi c’è Furtility, un tool che permette il controllo di elementi come peli e capelli, vegetazione, foglie e altre fibre, mentre Kali, che porta non a caso il nome della dea della distruzione, serve appunto per distruggere gli oggetti realizzati in CG.

Ovviamente tutta la fase di compositing delle scene reali ed elementi virtuali è stata eseguita in stereo, poiché il film è stato rilasciato in 3D, quindi ogni compositor ha dovuto lavorare inquadrature con un doppio flusso di dati. Il controllo periodico e quello finale della stereografia viene eseguito dai supervisori della stereografia su postazioni dotate di sistemi di visualizzazione polarizzati oppure nella sala di proiezione, dove il nostro supervisore Jessica Norman seguiva meticolosamente le scene dal punto di vista artistico analizzandole insieme a ognuno di noi.

Quale fase o parte del tuo lavoro preferisci?

Mi ha sempre affascinato il fotorealismo delle immagini, quindi le maggiori soddisfazioni le ottengo quando, lavorando su un’immagine sintetica, vedo che comincia a diventare realistica e si amalgama completamente con il girato del film. È importante saper osservare tutto quello che ci circonda, la luce, gli oggetti e come questi rispondono all’atmosfera attorno: mi piace dire che per fare questo lavoro bisogna saper impare a “vedere”. Gli stimoli visivi sono fondamentali e anche vedere molti film, studiare tecniche e tenersi aggiornati aiuta tantissimo.

Un confronto fra Italia e USA da chi, come te, conosce bene entrambi i mondi: parlaci delle differenze fra metodi di lavoro, di che cosa dovremmo imparare da loro, ma anche delle loro (eventuali) debolezze, che potremmo sfruttare a nostro vantaggio.

La differenza è abissale. Nel caso dell’Italia parliamo di una realtà ormai microscopica, non professionale né professionalizzante e tristemente elitaria, nel senso che spesso permette solo a pochi soliti noti di creare qualche prodotto interessante. Nel caso degli USA parliamo invece di una vera e propria industria che funziona a pieno regime, seriamente organizzata, che premia chi lavora duramente e fa emergere davvero i talenti. Polemiche a parte, le differenze sono principalmente due. La prima riguarda la natura stessa dei progetti: da noi si lavora principalmente su commedie e solo di rado su progetti visivamente interessanti, mentre all’estero si realizzano effetti per film con scene complesse e spettacolari. La seconda è relativa all’aspetto economico che è a dir poco avvilente nel nostro paese, perché se la crisi ha determinato un clamoroso abbassamento dei costi di lavorazione, le richieste delle produzioni sono invece rimaste le medesime. Va da sé che le società di effetti visivi coraggiosamente rimaste a lavorare si trovano a operare con budget da terzo mondo, costrette spesso a sottopagare i propri collaboratori o a scendere a compromessi vergognosi.  Mi rendo conto della durezza di queste parole, ma credo siano uno specchio fedele della situazione attuale, che non possiamo nascondere sotto un velo di pericoloso ottimismo.

Ciò che invece gioca a nostro favore è lo spiccato senso artistico, un fattore realmente riconosciuto all’estero, e infatti non è un caso che nelle più grandi società di effetti visivi si trovi un’elevata percentuale di connazionali. Vivere in un paese con una grande storia che ci offre enormi spunti culturali fa sì che anche l’italiano meno erudito possieda un senso estetico e un gusto superiore alla media di molti altri paesi.

Sei anche un insegnante, ti rapporti con giovani che vogliono imparare il mestiere: quali consigli dai loro?

Ci sono tantissimi ragazzi che sognano di fare questo lavoro e questo mi aiuta a ricordare che opero in un settore davvero affascinante: perciò cerco sempre di trasmettere durante le lezioni un’energia positiva, la passione e la grinta necessaria per proseguire.

Con gli allievi della scuola Gian Maria Volontè di Roma ho svolto un percorso di due anni in cui ho cercato di insegnare loro tutte le tecniche adoperate nel nostro settore, persino quelle più complesse, affinché siano spendibili anche su progetti più grandi. È indispensabile non scoraggiarsi di fronte alle prime difficoltà perché il settore è molto complesso, entrarvi lo è altrettanto e anche l’aggiornamento deve essere continuo. Inoltre, come dicevo, l’Italia non offre tanti spunti e possibilità di esprimere tutte le nostre capacità artistiche e tecniche, quindi per chi cerca qualcosa di più un’alternativa può essere senza dubbio quella di rivolgersi all’estero. Certamente bisogna avere un po’ di coraggio ma, credetemi, le soddisfazioni arriveranno.

 

 

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