INDUSTRIA DELLO SPETTACOLO, LA VIA FRANCESE

Illustrazioni: Vanessa Farano

Dal paese che ha dato i natali al cinema, il giovane aiuto regista Giovanni Nazzaro e il produttore televisivo Thierry Bizot ci raccontano lo stato di salute dell’industria dell’audiovisivo e le prospettive dei giovani che entrano in questo mondo.

Per molti è il miraggio di un sistema produttivo funzionante, di incentivi al cinema nazionale, della famosa tassazione della filiera che consente al cinema di essere sempre in buona salute; la pietra di paragone quando si deve parlare dei malfunzionamenti del mondo del cinema italiano. Ma come se la cava davvero l’industria dell’audiovisivo francese? E soprattutto come se la cavano, lì, i giovani che intendono entrare nell’industria dello spettacolo, e restarci?

A darci una visione dall’interno del mondo del cinema e della televisione in Francia sono Giovanni Nazzaro, giovane aiuto regista, e il fondatore e direttore generale della casa di produzione Elephant Thierry Bizot.

Il percorso di Giovanni è iniziato come quello di tanti: «Sono andato a Parigi per studiare cinema, la Ville Lumière offre una grossa quantità di proiezioni cinematografiche giornaliere. È la città ideale per un cinefilo. Ho conosciuto tecnici, registi e produttori e così ho cominciato a lavorare. Ho preso parte a diversi lungometraggi come aiuto regista, e in vari paesi: Italia, Francia, Belgio, Spagna, Grecia, Germania, Tunisia e Algeria». Tra i suoi ultimi lavori c’è un film francotedesco: L’Origine de la Violence di Elie Chouraqui: «È la storia di un giovane professore che, durante una gita scolastica al campo di concentramento di Buchenwald, trova la fotografia di un prigioniero che si rivela un nonno la cui esistenza gli era stata tenuta nascosta».

Sulla carta, l’esperienza di Giovanni non è diversa dai tanti giovani italiani che sono entrati o vogliono entrare nel mondo del cinema. Ma nella pratica il cinema francese è molto più aperto al contributo delle nuove generazioni. Come spiega infatti Thierry Bizot «nel cinema, rispetto alla televisione, c’è più libertà, maggiore ricerca. In Francia escono circa 150-200 film all’anno: quello cinematografico è un mercato più piccolo di quello televisivo, ma è molto sostenuto dagli aiuti previsti dalle leggi. La tv è obbligata a dare una parte dei suoi ricavi al cinema, e in più ci sono gli aiuti dello Stato. Proprio perché è appoggiato finanziariamente il nostro cinema è molto vivo». Solo nel 2013, infatti, stando ai dati del CNC (Centre National de la Cinématographie) – che regola l’industria cinematografica e sceglie i progetti da finanziare – i soldi versati al cinema dalla tassa sui servizi televisivi ammonta a 532,4 milioni.

Ma anche in Francia, ovviamente, la ricerca e la sperimentazione non avvengono a tutti i livelli: «Ci sono due tipi di cinema – continua Thierry – quello commerciale, che fa le grandi entrate, e poi quello d’autore, anch’esso molto importante perché ha un suo mercato specifico rivolto a film che costano meno e non hanno bisogno di fare altrettanti incassi. E questo cinema d’autore è molto affamato di nuovi talenti che siano scrittori, attori o registi. Contrariamente all’Italia, dove i film vengono girati ma non escono, da noi le norme prevedono che riceviamo gli aiuti solo se i film sono realmente distribuiti, anche se in pochi cinema».

Un sistema virtuoso regolato appunto dal CNC, che gestisce una mole altissima di produzioni: ad esempio i film approvati nel 2013 sono stati 270, di cui la maggior parte (209) ovviamente film “a iniziativa francese”, anche se non interamente realizzati in Francia o con maestranze del luogo.

Ma le difficoltà e le polemiche non mancano neanche nel paese che ha dato i natali alla Settima Arte. Infatti, chiosa Giovanni, «il CNC c’è chi lo ama e chi lo odia. Il fatto che l’industria sia troppo regolarizzata purtroppo rappresenta anche un grosso limite per un settore artistico come il cinema. Tanti film francesi si somigliano molto, e per esempio il genere horror è completamente inesistente».

Uno degli aspetti positivi sottolineati dal giovane aiuto regista è che ogni anno almeno la metà dei film che ricevono aiuti dal CNC sono opere prime. Il problema però poi, proprio come in Italia, è fare il secondo film: se infatti i milioni investiti nei debutti cinematografici – sempre nel 2013 – sono 68, si scende fino alla metà (39) per le opere seconde. In definitiva, per Giovanni «non c’è molta differenza tra l’Italia e la Francia. Il linguaggio del cinema è ovunque lo stesso; i set non sono tutti uguali ma si somigliano molto. In Francia forse ci sono più coproduzioni internazionali, ed è quello che mi ha permesso di viaggiare e di incontrare persone e culture diverse».

Per quanto riguarda la televisione, poi, le difficoltà incontrate dai giovani e dagli esordienti sono ancora più simili. «In tv – chiarisce ancora Thierry – nessuno vuole impedire ai giovani di cominciare a lavorare, ma nei fatti c’è un ostacolo. Oggi la fiction in Francia va in prima serata: non esiste nel daytime. Le fiction in prime time costano tra i 500.000 e il milione di euro a puntata, per cui chi paga vuole delle garanzie: un produttore conosciuto, un cast di attori famosi, un regista affermato e autori che hanno già scritto per quella fascia di pubblico. Di fatto un club chiuso dove non è possibile entrare».

Anche in questo caso però ci sono delle vie alternative: non esistono solo i prodotti televisivi ad alto budget e le grandi reti come France 2, la tv pubblica, o Canal +, conosciuta da quasi tutti i cinefili: «dai talk show ai reportage alla non fiction – continua Thierry – su piccole e grandi reti, ci sono prodotti a basso budget a cui i giovani possono cominciare a lavorare». In Italia, la sua Elephant sta lanciando una coproduzione con la Paper Moon: l’adattamento di una serie francese di grandissimo successo,  Fais pas ci, fais pas ça, una commedia sui genitori di oggi che stressano i figli e non sono d’accordo sull’educazione da dare loro.

In Italia come in Francia, l’audiovisivo è però penalizzato dal comune problema della crisi economica: nella grande “torta” degli aiuti al comparto filmico «la fetta più grossa – spiega ancora Thierry – consiste nell’obbligo delle reti principali a investire nel cinema. Ma con la crisi economica e quella delle pubblicità il fatturato delle tv tende a diminuire. Inoltre, negli ultimi dieci anni è apparsa una decina di reti digitali che hanno poco a poco sbriciolato un’audience ancora significativa ma che va riducendosi sempre più». Così, conclude il produttore, «quando il fatturato scende, automaticamente cala anche l’investimento nel cinema, e anche lì comincia a presentarsi il problema di investitori che non hanno interesse a far entrare nuove persone».

La soluzione non può essere semplice né immediata, ma le idee per affrontare la crisi non mancano. Per Giovanni, nel nostro paese andrebbero ripensati i meccanismi della produzione e della distribuzione, bisognerebbe attirare più investitori e soprattutto incentivare le coproduzioni: «un tempo l’Italia e la Francia ne facevano tantissime». Nei dati di due anni fa offerti dal CNC il Bel Paese figura invece solo al quarto posto tra i coproduttori con la Francia, con quattro film.

Inoltre, prosegue Giovanni: «I giovani di oggi sono la generazione che ha visto nascere l’Unione Europea. Alcuni ci sono cresciuti insieme. L’Europa purtroppo sta vivendo una forte crisi d’identità e il cinema può essere un punto di forza economico e culturale». E infine serve rivedere lo sfruttamento delle sale cinematografiche, che a detta dell’aiuto regista hanno bisogno di maggiore varietà di scelta e soprattutto più film italiani. Proprio come in Francia, dove vige l’exception culturelle, per cui la cultura si sottrae alla globalizzazione incondizionata che regola tutti gli altri settori industriali.

«Concretamente, per quanto riguarda il cinema – riepiloga Giovanni – una percentuale del prezzo del biglietto, qualunque sia il film, straniero o non, va nelle casse del CNC che poi la usa per aiutare i film francesi». L’uovo di Colombo: «Si potrebbe fare la stessa cosa in Italia! Certo gli americani non sarebbero molto contenti…».

Di Giovanna Maria Branca

 

 

 

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