Acqua e pietra

L’esordio dallo stile essenziale di Lamberto Sanfelice, Cloro, racconta un percorso di crescita forgiato dall’asprezza della montagna e dall’abbraccio accogliente dell’acqua.

Dagli Appennini abruzzesi fino ai festival più prestigiosi: si può dire che il cinema fa il suo giro e quando a compierlo è quello italiano c’è molto più gusto nel raccontare la storia. Protagonista di questa avventura eccezionale è Cloro, pellicola d’esordio del romano Lamberto Sanfelice che, come suo primo banco di prova assoluto ha affrontato niente meno che il Sundance. La prova è stata superata più che brillantemente, ottenendo l’attenzione non solo degli addetti ai lavori, ma soprattutto del pubblico. Una soddisfazione ancora più grande se si pensa che lo spettatore americano medio ha poca abitudine ai sottotitoli e ancor meno pazienza nei confronti di storie intimiste. La forza di Cloro, però, è rappresentata dall’onestà della vicenda narrata e dal tono e dal linguaggio utilizzato che, con naturalezza, trasformano questo film in un viaggio tra sogno e forte senso della realtà.

Figura centrale è quella di Jenny, una diciassettenne che accarezza il desiderio di diventare una campionessa di nuoto sincronizzato. Le sue ambizioni, però, si scontrano con le difficoltà della vita, rappresentate dalla morte della madre, la depressione del padre e la necessità di lasciare Ostia per trasferirsi in una valle solitaria e desolata in Abruzzo. Qui rinuncia alla leggerezza dei suoi anni per assumersi la responsabilità del fratello minore, diventando simbolicamente ed economicamente un capo famiglia. In questo modo si definisce un percorso di evoluzione personale e crescita precoce senza concedere alcuna facilitazione ai personaggi. Il tutto con un tocco minimalista che aumenta il senso di realtà e protegge da sentimentalismi ridondanti. A raccontarci l’evoluzione di questa storia è proprio il regista Lamberto Sanfelice.

Il film, hai detto, nasce da un’immagine ben precisa, quella di una ragazza che, a una fermata dei pullman in una località di montagna, litiga con un bambino mentre lo tiene per mano. Cosa ti ha colpito di quella scena tanto da trasformarla nella scintilla creatrice del tuo film?

Non lo so, probabilmente il fatto che fossero completamente fuori contesto. C’era questa lite in atto tra i due che ha richiamato la mia attenzione, tanto che nei giorni successivi ho continuato a ripensarci. Ogni tanto ci sono delle cose che ti colpiscono e ti suscitano dei movimenti interiori. In realtà è un processo che non cerco nemmeno di spiegare. Per me fondamentale è l’emozione che provo e se qualche cosa è in grado di suscitare questo sentimento, vuol dire che mi interessa. Poi non cerco di fare l’analisi intellettuale delle ragioni e delle motivazioni, altrimenti la scrittura rischia di diventare uno strumento di autoanalisi e credo che questo limiterebbe anche la storia. Cloro, però, nasce anche da un viaggio in giro per l’Abruzzo. La sera mi fermavo e scrivevo ispirato dal paesaggio.

Uno degli elementi determinanti del tuo film è proprio l’ambiente, che si mostra fin dalle prime immagini in un confronto costante tra montagna e mare. E tra di loro s’inserisce l’elemento della piscina. Come hai gestito il rapporto tra questi luoghi così diversi e cosa rappresentano all’interno della narrazione?

La storia parte da un posto di mare come Ostia, per poi svolgersi in un altipiano dell’Appennino. Questo perché volevo creare un film capace di parlare di cambiamento e isolamento, catapultando i personaggi in una situazione completamente nuova. Avevo bisogno di un posto che fosse in grado di farli reagire. La mia attenzione è rivolta principalmente ai contrasti e, quando questi si verificano, viene sempre fuori qualche cosa di interessante. Da qui nasce la contrapposizione tra mare e montagna. Tra di loro, poi, s’inserisce la piscina, ossia il luogo dove la mia protagonista è cresciuta, dove si esprime atleticamente e fisicamente. È il liquido amniotico in cui è completamente e naturalmente felice. Però, allo stesso tempo, è come se questo luogo, nel corso del film, le si restringesse attorno e i bordi diventassero più chiari e vivi. Così, da posto deputato alla sua espressione creativa diventa quasi costrittivo. Per questo ho desiderato che il finale avvenisse in mare. Il film non vuole dirci cosa succederà dopo e quali saranno le scelte di Jennifer. In realtà non lo so nemmeno io e non mi interessava raccontarlo. Ho piuttosto utilizzato l’infinità e la vastità del mare per rappresentare le scelte illimitate messe a disposizione della ragazza.

Il film rimane molto aperto, nel senso che offre allo spettatore la possibilità di entrare a suo modo nella storia e di trarne considerazioni personali senza dare troppe spiegazioni. Si tratta di una scelta ben precisa, presente fin dalla sceneggiatura, oppure è avvenuta dopo?

Io amo un cinema che crei partecipazione. Ho interesse per quei racconti che chiedono al pubblico di mettere del suo per vivere pienamente la storia. Partendo da questo, Cloro è sicuramente un film che chiede molto allo spettatore e, per certi versi, potrebbe risultare anche respingente. D’altronde non ha empatia con il personaggio, vive attraverso molte sfumature e racconta un cambiamento interno dell’anima più che dei fatti concreti. Tutti elementi presenti fin dalla prima bozza della sceneggiatura. A un certo punto ho chiesto a Elisa Amoruso di collaborare con me alla scrittura, lasciando che molto del film venisse fuori chiacchierando e confrontandoci. Anzi, raccontando a lei quello che desideravo da questa storia, come il percorso evolutivo di Jennifer, l’ho capito meglio anche io. Nella scrittura lo scambio di idee è fondamentale. Non amo lavorare da solo. Non sono certo il tipo solitario che si rinchiude in una stanza alla sua scrivania.

Il nuoto sincronizzato è uno sport molto particolare, che abbina la bellezza estetica mostrata in superficie con la fatica svolta sott’acqua. Come mai la tua scelta è caduta proprio su questa disciplina?

È vero. Per creare la bellezza estetica le atlete compiono una fatica quasi disumana e i loro allenamenti sono di una intensità incredibile. E sono stati proprio questi due elementi che hanno attratto la mia attenzione. In più, siccome il film racconta di una ragazza cui viene rubata la vita, l’adolescenza, il quotidiano e, soprattutto, il suo sogno, mi piaceva che questa ambizione sportiva avesse sia una parte atletica che una artistica. E il nuoto sincronizzato riunisce perfettamente le due anime. Una scelta che mi ha convinto pienamente dopo aver visto le prime immagini del girato. L’esplosione creativa e artistica che si realizza nella sincronia dei corpi è stata fortissima. Uno dei punti di forza del nuoto sincronizzato, infatti, è che non si svolge in solitudine ma ha bisogno di una squadra per ricreare l’armonia della coreografia. Tanto che, quando Jennifer rimane sola nella piscina senza la sua compagna, sembra una di quelle bambole da carillon destinate a danzare da sole per il resto della loro esistenza.

La ricerca di Jennifer ha richiesto tempo e attenzione, fino a che non è comparsa Sara Serraiocco. Il suo arrivo ha in qualche modo modificato il personaggio?

L’arrivo di Sara ha modificato molte cose. Io, forse perché avevo sceneggiato il film, mi sono sempre sentito libero di rivedere tutto il lavoro fatto. Questo vuol dire che, una volta trovati i collaboratori giusti, ho lasciato libertà di portare delle modifiche a tutto il cast. Con Sara, poi, abbiamo fatto un lavoro diverso. Non solo ho cercato di aiutarla a compiere un percorso verso il suo personaggio, ma ho anche spinto Jennifer verso la sua interprete. Perciò, quando si sono presentati degli elementi poco affini a lei come persona, e non come attrice, li abbiamo modificati senza nessun problema. Questo perché io credo che fare cinema vuol dire anche affrontare una ricerca costante. Possiamo avere dei punti solidi dal quale partire, ma non è assolutamente detto che si debba sapere dove arrivare. Inoltre, dal mio punto di vista, la ricchezza del linguaggio cinematografico nasce dall’interpretazione e dagli attori. Per questo motivo tengo particolarmente alla collaborazione e mi piace sentirmi sorpreso da loro.

di Tiziana Morganti

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