Speciale TFF/Linda Caridi, attrice forte ed elegante

Linda Caridi è dotata di una bellezza insolita per il cinema italiano. Con il suo fisico esile e un volto dai tratti delicati e minuti, richiama alla mente l’appeal elegante e fragile di Audrey Hepburn. Nonostante questa apparente delicatezza, però, sembra che cinema e televisione l’abbiano scelta per portare sullo schermo donne forti, combattive o, quanto meno, profondamente complesse. È così che, convinta della sua passione per la recitazione, a soli tredici anni inizia a studiare teatro con Emisfero Destro di Massimo Greco, per poi passare a Quelli di Grock e, infine, alla scuola Paolo Grassi. Una dedizione per il teatro che le è valsa, poco più che ventenne, la possibilità di essere notata da un grande autore.

Da pochi giorni, infatti, il pubblico televisivo l’ha vista nei panni di Denise, figlia di Lea Garofalo, la donna uccisa dalla ’ndrangheta per essersi ribellata. L’opportunità le è stata offerta da Marco Tullio Giordana che, dopo I cento passi, è tornato a occuparsi di mafia con Lea.

Prima della televisione, però, si sono accorti del suo talento il produttore Luca Guadagnino e il regista Ferdinando Cito Filomarino. Senza esitazione l’hanno scelta per interpretare Antonia, lungometraggio d’esordio di Filomarino dedicato alla figura della poetessa milanese Antonia Pozzi e presentato in questi giorni al Festival nella sezione Festa Mobile.

Come sei arrivata sul set di Antonia e, soprattutto, qual è il tuo rapporto con lei?

Sono arrivata sul set dopo una serie di provini. Il direttore del casting mi aveva visto in un monologo in siciliano e mi aveva proposto di partecipare. Da lì abbiamo fatto i primi test con la macchina da presa, quindi sono seguiti dei provini in azione. Già durante questa prima fase ho iniziato un’attività di documentazione intensa e rigorosa. Anzi, possiamo dire che il rigore è stato l’elemento fondamentale di tutto il lavoro di preparazione fatto con Ferdinando. Inoltre ho studiato tutto il corpo poetico e la prosa, soprattutto le lettere, o almeno quel che resta di esse, perché ripercorrono tappa dopo tappa tutta l’evoluzione poetica.

Vestire i panni di un personaggio realmente esistito non è semplice. In questo caso si è andati oltre ricostruendo un ambiente e un’epoca ben precisa all’interno dei quali far muovere il personaggio influenzandolo e condizionandolo. Come avete lavorato sulla messa in scena?

In questo film c’è stato un meraviglioso lavoro scenografico per ricreare la Milano tra gli tra gli anni Venti e Tenta. Il costume, nel caso del mio personaggio, deve molto al lavoro di Ursula Patzak (Noi credevamo, Il giovane favoloso) in collaborazione con Fendi. E non è certo un elemento da sottovalutare. Il costume modella il corpo, il corpo l’emotività e il pensiero. Il lavoro di trucco e parrucco, poi, ha completato il tutto.

Che tipo di preparazione avete fatto prima di arrivare sul set?
In realtà non abbiamo avuto molto tempo per fare delle prove e confrontarci sul personaggio. Per lo più Ferdinando mi ha comunicato la sua idea del film attraverso delle immagini, alcuni brani musicali e, naturalmente, le poesie di Antonia. In questo modo è come se avessimo costruito un linguaggio comune che abbiamo impiegato quasi automaticamente una volta iniziate le riprese. Alla fine mi bastava riportare alla mente il preludio di un brano o un’immagine particolare per sentirmi immersa nell’atmosfera giusta e sapere cosa fare.

Guadagnino ha definito i versi della Pozzi «non deteriorabili», ossia capaci di dialogare con qualsiasi epoca. Secondo la tua opinione si tratta di un personaggio così moderno e attuale?

Penso che il disorientamento in cui si trovavano Antonia e i suoi contemporanei, anche se in maniera diversa, può considerarsi simile alla “labirintite” che ci contraddistingue oggi. Siamo una generazione condannata al momento, al precariato e alla mobilità. La modernità di Antonia risiede proprio nella caparbietà nel perseguire la propria natura anche di fronte a un sistema che contrastava l’evoluzione della donna. In modo particolare, una giovane donna artista, che cercava di esprimersi attraverso la scrittura poetica, era vista come una creatura afflitta da disordine emotivo. Eppure, nonostante questo, lei non ha smesso di scrivere fino all’ultimo giorno della sua vita.

dalla nostra inviata Tiziana Morganti

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