Speciale TFF/Vincenzo vede la Madonna

A Torino il doc di Fabio Mollo, autore del pluripremiato Il sud è niente, indagine su un santone della Calabria, terra madre che continua a ispirare il giovane regista.

Poco importa se Vincenzo Fullone, calabrese di Crosia, paesino di 10.000 anime affacciato sulla costa jonica della provincia di Cosenza, sia o non sia uno di quei “cretini che vedono la Madonna” di cui parlava Carmelo Bene. Né ha importanza credere o meno alle sue estasi mistiche documentate dai numerosi ed esaustivi materiali video nei formati ormai desueti degli anni ‘80 e ‘90 di cui Mollo nel suo Vincenzo da Crosia fa ampio uso per raccontare con la massima oggettività una storia di quelle che d’abitudine offrono il pretesto di indecenti sciacallaggi alle reti televisive generaliste. Non è necessario che il protagonista di un film – o di un doc – ci stia simpatico o che si debba per forza fare il tifo per lui.

Il problema etico che sorge, molto laicamente, durante la visione di questo titolo italiano che qui a Torino conferma la ritrovata vitalità creativa del nostro cinema già rappresentata egregiamente dai fuoriclasse in concorso a Cannes e Venezia, è proprio quello di riuscire a osservare il racconto della vita di un uomo (infanzia difficile, omosessualità schernita e malvissuta nella profonda provincia meridionale, tanto – ma tanto – bisogno di affetto e di amore…) senza ergersene a giudici.

Deriderlo? Liquidarlo come istrionico cialtrone? E perché mai, nonostante all’inizio queste saranno probabilmente le istintive reazioni degli spettatori più razionali e agnostici? Le immagini dell’ultimo incontro di Vincenzo con la Madonna, nel 2003, sono un pugno nello stomaco, e l’indubbia testimonianza di un’autosuggestione di tipo isterico di cui non c’è che da prendere atto, senza l’obbligo di votare contro o a favore.

Ecco, direi che sono queste le sollecitazioni più interessanti stimolate da questo che con i documentari fighetti e intellettualmente rifiniti che di solito completano la cinquina dell’Oscar, non ha fortunatamente niente a che vedere e li stacca di parecchio in fatto di autenticità e rigore.

 

di Anton Giulio Onofri

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