“Forever Young”: per sempre giovani, ma per quale motivo?

Quando si guarda un film come Forever Young” di Fausto Brizzi bisogna aspettarsi di assistere a un mondo che ha le sue regole e le sue ricorrenze, un tipo di cinema ben identificato e identificabile, dove le case hanno quel preciso look, le modalità narrative ritornano così come i cliché su cui l’impalcatura del racconto si basa.

Qui abbiamo diversi adulti che si trovano a far finta di essere giovani. Sì, a far finta. Perché Forever Young non è tanto un film su gente che vorrebbe sentirsi più giovane di quel che è, anche se aspira a esserlo, ma nel risultato finale un film su persone che cercano di evitare la monotonia di un’età che sta avanzando tramite delle trasgressioni dall’esistenza quotidiana. Basti pensare al personaggio della Ferilli: non è chiaro se dipenda da com’è scritto o da come lei, con la sua solita vena autoironica (qui così spinta da farla sembrare quasi annoiata), lo interpreta, ma lo spettatore ha più l’impressione che l’avvicinare un ventenne da parte sua sia una sorta di gioco in cui neppure lei crede più di tanto piuttosto che un tentativo di recupero degli anni perduti e passati. Stesso vale per il personaggio di Bentivoglio. Soltanto il dj interpretato da Lillo rientra pienamente nell’intento che forse Brizzi aveva all’inizio, vale a dire quello di ritrarre dei bambinoni distratti verso cui provare compassione. Per tutti gli altri protagonisti è dominante invece un cortocircuito tra scrittura e recitazione.

Abbiamo a che fare con un grande cast, ma proviamo difficoltà a intercettare tra le battute i veri intenti che il regista s’era posto di perseguire. È un film sulla noia? Sull’incapacità di accettare di non essere più attraenti? Qual è la vera radice che sta alla base del rifiuto della propria età? Per paradosso, la parte davvero giovane del gruppo di attori (Emanuel Caserio e Pilar Fogliati) è proprio quella che nella struttura complessiva del film funziona di più, perché più credibile, spontanea, sincera, ma soprattutto libera dal dover rientrare in una logica di intenti che sin dall’inizio non appare così chiara.

Di Andrea Di Iorio

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