Organizzare concerti: un lavoro da supereroe

Vi siete mai chiesti quale realtà esista dietro il concerto di un grande artista? Abbiamo avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere con chi gestisce questa realtà e ci permettere di vivere le emozioni che solo la musica dal vivo è in grado di regalare: Pietro Fuccio, vero esperto di music business, fondatore e direttore di DNA concerti, una delle più importanti agenzie di concerti in Italia.

 DNA concerti: quando e come ha inizio?

Diciotto anni fa. Finito di studiare non sapevo cosa fare nella vita, suonicchiavo e conoscevo gente del giro della musica. Poi è saltato fuori che c’erano delle persone che volevano portare a Roma degli artisti che mi piacevano in concerto, li ho contattati ed eccoci qui. Certo non pensavo che ne avrei fatto un lavoro…

Che tipo di musica segui?

Tendenzialmente quella mi piace.

Ho notato un filo conduttore nel tuo roster di artisti: St.Vincent, Bat for Lashes, Björk, PJ Harvey ecc.

Tutte donne! Beh, penso che avere una linea artistica aiuti, soprattutto se sei un piccolo promoter. Se hai un target ed è un tuo punto di forza, è bene che sia coerente. Ma sul fatto di fare le cose che ti piacciono, penso sia davvero un errore mortale perché di base non sei mai lucido nel prendere decisioni: c’è sempre una parte di te condizionata dalla passione, e la cosa peggiore è che spesso i concerti non li vedi quasi mai, perché hai troppe cose da fare. Quindi paradossalmente preferirei fare concerti di roba che funziona ma mi fa orrore!

Come chiudi i contratti con gli artisti che ti interessano?

Strapagandoli.

Un metodo infallibile… Almeno li riprendi poi questi soldi?

Diciamo che attualmente, come si sa, il grande problema nell’industria musicale è che non si vendono più dischi. Per campare agli artisti sono rimasti principalmente le pubblicità e i concerti. Il valore dell’artista dal vivo quindi è aumentato molto, ma la gente, non comprando più i dischi, non va più ai concerti. Tuttavia ai musicisti questo mutamento epocale non interessa, e per potersi permettere lo stile di vita che avevano prima chiedono il doppio dei soldi per suonare dal vivo.

Diventa anche un circolo vizioso, perché aumentando il  prezzo dei biglietti si perde pubblico.

Certo, è un momento difficile, spesso alzi il prezzo dei biglietti e perdi soldi. Lavorare con gli artisti internazionali presenta poi un altro problema: un’artista come Björk, ad esempio, non ha bisogno certo di fare un concerto in Italia, ha tutto il mondo che le fa delle offerte, se non viene in Italia è per colpa del promoter italiano.

Quindi è per questo che in Italia tanti artisti internazionali non vengono a far live?

Certo, perché sul mercato italiano non valgono quello che chiedono.

Gli artisti un posto dove li strapagano lo trovano sempre, ad esempio i festival che fanno all’estero, dove ricevono qualsiasi cifra chiedono.

In Italia non c’è nulla di analogo?

Assolutamente no.

Come mai, secondo te?

Perché non siamo buoni a organizzare concerti.

Esclusi i presenti!

Assolutamente compresi i presenti!

Forse perché non è semplice per un solo promoter organizzare eventi di quella portata?

Sicuramente questo è uno dei motivi, in Italia le organizzazioni di concerti sono fatte da persone molto poco professionali, con un grosso ego e poca voglia di collaborare. Ci piace tenere basso il livello medio così tutti abbiamo il nostro orticello, nessuno ha veramente voglia di fare di più.

Non rischia più nessuno, infatti non c’è ricambio.

Ci sono i talent.

Ecco, parliamo dei talent.

Ma anche no.

Fìdati, è un tasto dolente anche per me!

Io non ho nulla contro i talent. Il problema sono le major che hanno già pronto il contratto discografico prestampato per l’ipotetico vincitore ancora prima di conoscerlo. L’assurdità sta nell’automatismo per cui passi una selezione perché un Fedez o un Mika di turno ti sceglie e dopo il programma hai già un tour e contratto. È già tutto prestabilito e così si droga il mercato e si impedisce l’accesso a musicisti che vengono da altri canali. Poi c’è gente che riesce ad emergere lo stesso, vedi I Cani, ad esempio. Ma per la discografia tradizionale si tratta di stranezze, perché nascono da soli, non passano per la TV e non fanno le solite tappe.

Cambiamo argomento: cinema.

Oh, parliamo di qualcosa che mi piace di più!

Perché non ci lavori.

Esatto, mi dicevo sempre “non fare mai per lavoro una cosa che ti piace davvero, perché finisce che te la rovini!” Infatti io ormai ascolto solo jazz, perché dato che i jazzisti sono tutti morti, non ci ho mai lavorato e non c’è possibilità che ci lavori.

Che tipo di film ti piace vedere?

Negli ultimi anni tutti film dei supereroi. Sono convinto che siano le cose migliori che ti capita di vedere al cinema a livello commerciale, quasi tutti i film della Marvel sono una bomba!

Film del 2015?

Whiplash. L’ho adorato! Ho litigato con tutti i musicisti che conosco perché dicevano che non era realistico, ne è nata una polemica relativa alla natura del jazz.

Altro che i supereroi…

Di film così non se ne fanno però tanti. Anche in America sono finiti i tempi in cui vedevi 4-5 film indipendenti l’anno di gente che fino allora non aveva mai fatto nulla.

Che ne pensi dell’Oscar a Morricone per The hateful eight?

Il telefonatissimo Morricone! Sarei curioso di sapere se ha scritto almeno una nota della colonna sonora: ha detto tra le righe in tutti i modi possibili che non avendo neanche letto la sceneggiatura e non avendo avuto tempo di comporre gli ha dato gli scarti di cose composte per La cosa di Carpenter.

Chi apprezzi in Italia fra i compositori di musica per film?

Nessuno! I primi due elementi che mi fanno passare la voglia di andare oltre i primi 5 minuti di un film italiano sono la musica e la fotografia. C’è il filone Teardo e quelli che lo copiano, che fanno le cose un po’ alla tedesca di musica elettronica, e poi c’è il filone di pianoforte e archi tipico italiano. Poi senti musiche come quelle di Desplat che per ogni pellicola fa cose sempre diverse, tutti altri strumenti, tutta altra cultura, noi ci limitiamo al pianoforte, lui usa tutto! Un genio!

DNA nel suo bacino artisti ha anche Apparat, che ha curato la colonna sonora de Il giovane favoloso.

Ecco, Apparat ad esempio usa il suo tipo di suono e per il film su Leopardi si è adattato al genere. Credo sia un diverso approccio di ricerca, mentre gli altri partono col pilota automatico creando sempre le stesse cose, non c’è cura.

Passiamo alle rivelazioni sugli artisti: chi ti è piaciuto molto umanamente?

Ehm…

Di Roberta Fornari

 

 

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