“Pericle il nero”: un film che parla due lingue

 

Pericle (Riccardo Scamarcio) è una persona che per mestiere umilia le sue vittime, sodomizzandole, per conto della Camorra. È un uomo solo, a cui Scamarcio soprattutto nella prima parte dona uno sguardo rassegnato, perso, quello di un individuo che ha accettato quel tipo di vita perché non l’ha neppure scelta, ci si è trovato dentro, cresciuto in un ambiente che l’ha formato in quel modo (guarda il trailer).

Con questo adattamento dell’omonimo romanzo di Giuseppe Ferrandino, Stefano Mordini, alla sua terza prova nel lungometraggio, ci vuol dire che gran parte della nostra vita è già – ingiustamente – decisa alla nostra nascita, e che da quell’origine è difficile fuggire. C’è però una possibilità di salvezza, di cambiamento: un incontro, come quello con una donna matura e altrettanto sola, che sembra uscito da un film di Rohmer.

Pericle il nero è infatti un film dal respiro europeo, non propriamente italiano. A partire dalla freddezza dei luoghi, intelligentemente utilizzati all’interno di una messa in scena calcolata e funzionale, si inserisce in quel filone di noir intimisti ambientati in aree dell’Europa (il Belgio e il nord della Francia, in questo caso) che si fanno esternazione di uno stato esistenziale: qui, la solitudine. Per tutto il corso dell’opera si avverte la pesantezza di una vita soffocante, triste, da cui non sembra esserci via di fuga. Non è però detta l’ultima parola. Una finestra si apre nel momento in cui, proprio grazie al suddetto incontro, questo film italiano comincia a parlare un’altra lingua, il francese, diventando per buona parte della sua durata una pellicola bilingue. E se guardiamo indietro, ricordiamo di aver già visto qualcosa del genere nella parte iniziale di Alaska di Claudio Cupellini (ambientato a sua volta in Francia, appunto), che per certi versi si avvicina a Pericle il nero in quanto racconto di solitudini che si incontrano e si incrociano.

Il genere, cioè il noir, è nel film di Mordini uno sfondo, una parete scura su cui sono proiettate le ombre di persone e personaggi che vagano coi loro fardelli, col peso delle loro insoddisfacenti vite sulle spalle, in una stasi che il regista accoglie dandole forma, per prendere gli spettatori in sala e trasportarli per un paio di ore in un universo in cui nessuno sembra aver trovato la felicità, se non nella possibilità di un finale, di un’agognata boccata d’aria, di un’ultima speranzosa partenza.

Di Andrea Di Iorio

 

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