L’UNIVERSALE E IL SUO PUBBLICO

 

L’Universale, storico cinema di San Frediano, ora è un complesso di appartamentini niente male, in una bella zona piena di locali, ma è stato anche una discoteca. Prima di essere qualsiasi altra cosa, però, negli anni ’70 l’Universale era il cinema più celebre di Firenze, un cinema dove lo spettacolo era il pubblico.

Federico Micali, documentarista al suo primo film di finzione, sceglie di raccontare una storia che non ha vissuto in prima persona – all’Universale ha fatto in tempo ad andarci una sola volta – e lo fa come se stesse rendendo omaggio a un grande divo scomparso e dimenticato. Nel cast i giovani Francesco Turbanti, Robin Mugnaini e Matilda Lutz, ad interpretare lo staff del cinema gli efficaci Claudio Bigagli, Paolo Hendel e Anna Meacci, e uno straordinario cameo di Vauro, fan nostalgico di John Wayne.

Al cinema Universale ci sei stato solo una volta. Eppure nel film si percepisce un’appartenenza a quel luogo, a quel periodo e a tutte le sue vicende. Come ci sei riuscito?

Forse, in realtà, proprio il fatto di non averlo vissuto mi ha aiutato a trovare il giusto distacco. Io, Serena Mannelli, con cui ho scritto il soggetto, Cosimo Calamini e Heidrun Schleef, con cui ho scritto la sceneggiatura, abbiamo studiato tanto e siamo stati molto attenti a che cosa rappresentavamo, perché passando attraverso tre decenni di storia non potevamo approfondire troppo gli argomenti, ma neanche affrontarli con superficialità. Una delle cose che più temevo era il giudizio di chi quegli anni li aveva vissuti veramente.

Da lì alla produzione?

La produzione è stata molto dura. Inizialmente andava tutto bene, il film l’abbiamo prodotto con L’occhio e la luna, una piccola casa che aveva già prodotto alcuni miei documentari. Col passare del tempo però i finanziamenti che avevamo avuto dal Ministero e dalla Regione Toscana erano sempre meno e prima di girare ci siamo trovati di fronte un bivio: andare avanti o lasciar perdere. E io mi sono preso il rischio di girare. Avevamo un budget che ci consentiva in modo molto complesso di girare per 4 settimane con una troupe ridotta, e la cosa più problematica era che stavamo facendo un film che si svolgeva in tre decenni, quindi con invecchiamenti, ringiovanimenti, cambi d’epoca all’interno della stessa giornata e con un sacco di attori e comparse.

universale1Oggi i cinema del centro vengono trasformati in centri commerciali, mentre in periferia è pieno di Multiplex.

Se c’è una cosa che mi piace che passi dal mio film è il valore della sala cinematografica inteso come luogo. Ora i cinema sono un non-luogo, invece il cinema come esperienza da condividere anche con sconosciuti è qualcosa di importante che però può avvenire solo in certi spazi, non se dopo la proiezione ti ritrovi catapultato in un parcheggio. Io mi ricordo che un tempo, quando finiva il film, si rimaneva nel cinema a guardare i manifesti e le foto di scena, a commentarle con gli altri spettatori, ci si scambiava opinioni.

Un Universale oggi. È ancora possibile?

No, e lo dico senza nostalgia, però grazie a questo film sto girando molto l’Italia e ho trovato degli spazi incredibili a Firenze, Roma, Bologna e Milano. Per la distribuzione ci hanno salvato due cose: il passaparola e la programmazione in sale che hanno un loro pubblico affezionato. Questa è un’altra riprova che il cinema indipendente ha veramente bisogno di queste realtà, sono felice di poterne parlare perché è un tema a cui tengo molto.

di Margherita Giusti Hazon

 

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