“Ero Malerba” sbanca a Visioni Dal Mondo

 

Alla sua seconda edizione, il Festival internazionale del documentario Visioni Dal Mondo, organizzato da UniCredit Pavillon e dalla società di produzione FRANKIESHOWBIZ, ottiene un grande successo di pubblico, registrando sempre sale stracolme grazie a un interessante programma di oltre 30 titoli e nonostante l’atmosfera non proprio festivaliera, ma anzi un po’ ingessata. Grande novità di quest’anno Visioni Incontra, una sezione Industry organizzata in collaborazione con la Film Commission Lombardia, importante occasione per giovani filmaker, con progetti in fase di lavorazione, di mettersi in vetrina alla ricerca di finanziamenti.

Tanti i temi trattati dai documentari in concorso, e di grande attualità: il coraggio delle donne, i binomi giustizia – legalità e integrazione – istruzione, l’identità di genere, ma anche argomenti più leggeri e ironici come nel caso del divertente Il presidente del mondo di Francesco Merini e Michele Cogo, che mette in scena in tutta la sua forza il tagliente humor toscano in una storia tanto folle quanto brillante: un paesino toscano in provincia di Livorno chiamato La California si sente parte del territorio americano e ritiene di avere tutti i diritti di partecipare alle elezioni del presidente degli Stati Uniti. Così un gruppo di persone, capitanate dal visionario assessore Stefano Marmugi, mobilitano un paese di 1500 anime per andare a votare, oltre ai due candidati americani del 2008 – Barack Obama e John McCain – uno dei cinque bizzarri aspiranti presidenti italiani, fra cui Malcolm Kennedi e Lucky Lasagna.

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Ma il doc che si aggiudica i due premi più ambiti – Premio Unicredit Pavillon, assegnato da una giuria di esperti, e Premio Unicredit Giovani degli studenti delle scuole di cinema milanesi – è Ero Malerba di Toni Trupia, classe 1979 al suo terzo lungometraggio, il racconto della guerra personale di Giuseppe Grassonelli, vittima della strage del 1986 a Porto Empedocle in cui Cosa Nostra gli sterminò la famiglia e a cui lui sfuggì per caso. Inizialmente il girato doveva essere il materiale preparatorio per un film di finzione, ma poi, come racconta il regista, la realtà si è rivelata troppo potente per essere messa da parte, e così la decisione di farne un documentario è stata necessaria: il risultato è un lavoro dove la lunga intervista a Giuseppe, gli interventi di alcuni componenti della sua famiglia insieme a immagini e filmati d’archivio costruiscono una storia ambigua, dove bene e male d’intrecciano.

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“Il mare lo sogno tutte le notti”: il film si apre con questa frase, e come un cerchio si chiude su una spiaggia, mare a perdita d’occhio, mare che Giuseppe Grassonelli non potrà mai vedere, in quanto condannato all’ergastolo ostativo, che gli permetterà di uscire di prigione solo dentro a una bara. Questo perché non ha scelto di collaborare con lo Stato. Perché la sua è stata una guerra personale, dove nessun altro andava citato se non come pedina per raggiungere il suo obiettivo. E il suo obiettivo era semplice, lucido: vendicarsi. Siamo gli unici in Europa ad avere questo tipo di ergastolo, una pena che non ammette sconti né benefici di alcun genere, neanche permessi di un’ora, neanche dopo un percorso di recupero eccezionale – che comprende una laurea in lettere moderne con 110 e lode, un romanzo scritto a quattro mani con il giornalista Carmelo Sardo, l’unico a cui Giuseppe ha voluto raccontare la sua storia dopo vent’anni di silenzio in cella, ma soprattutto neanche dopo aver dimostrato a tutti di essere un uomo nuovo, nuovo nel senso più puro del termine, perché nella persona che parla di fronte alla macchina da presa di Trupia non c’è nulla del killer che per vendicare la sua famiglia ha ammazzato tante persone.

Ed è proprio Carmelo Sardo – ideatore e sceneggiatore del film, insieme a Trupia – il testimone del suo profondo cambiamento, che racconta come Giuseppe sia diventato uno dei suoi più cari amici, come, ogni volta che lo va a trovare in carcere, la sua emozione gli rimanga “appiccicata addosso”, e quanto la profonda speranza che nutre dentro di sé gli faccia ancora credere che un giorno il mare lo vedrà davvero con i suoi occhi. E poi il suo incondizionato amore per la famiglia, la sua generosità di cuore e profonda intelligenza e sensibilità.

Giuseppe chiama questo cambiamento “restituzione”, perché questo è quello che lui può restituire allo Stato, alla società, ai compaesani empedoclini: non nomi, posti, date, dettagli. Può restituire solo ciò che possiede, e quindi solo se stesso. E quando dice che gli manca la pizza, gli manca ballare, gli mancano il mare e l’amore, l’unica cosa certa è che le parole “fine pena mai” non se le meriterebbe.

di Margherita Giusti Hazon

 

 

 

 

 

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