Quel bravo ragazzo di Ciro Zecca

 

Una cosa del genere non accadeva, in Italia, da almeno 10 anni: un ragazzo di Sondrio di 29 anni di nome Ciro Zecca una notte scrive un soggetto, la mattina successiva lo manda a una casa di produzione, e dopo qualche tempo il film è pronto per uscire nelle sale. Una formazione da produttore, tanti corti scritti e prodotti che hanno vinto premi importanti, ma vedere 90 persone lavorare sulla tua idea, è un’altra cosa. Come ci è riuscito? Sono tanti i fattori che hanno contribuito alla realizzazione di quella che in Italia si può facilmente definire un’ “impresa impossibile”. Primo fra tutti, la potenza della storia. Un pitch semplicissimo ma molto forte, che si può raccontare con una frase: cosa accadrebbe se uno spietato boss mafioso che sta per morire lasciasse il comando della sua cosca a un figlio che non ha mai riconosciuto, un ingenuo, goffo e assolutamente innocuo 35enne che fa il chierichetto? Secondo, una buona dose di spregiudicatezza. E terzo, il caso – chiamato, da altri, anche fortuna – di capitare nel posto giusto al momento giusto.

E così Quel bravo ragazzo uscirà nelle sale italiane il 17 novembre, diretto da Enrico Lando – I soliti idioti 1 e 2 – prodotto da Lotus Production, distribuito da Medusa Film, nel cast Herbert Ballerina, Tony Sperandeo, Enrico Lo Verso, Daniela Virgilio e anche Maccio Capatonda in un piccolo ruolo.


Ciro, raccontaci che cosa è successo prima di questo colpo grosso. Com’è nata la passione per il cinema?

Sono scappato a 16 anni da Sondrio, che è la città con più suicidi in Italia, perché ero irrequieto, volevo fare cinema. Ho fatto gli ultimi tre anni di superiori all’Istituto Roberto Rossellini. Ma il mio primo vero contatto col cinema è stato durante l’ultimo anno di superiori. Walter Veltroni, che allora era sindaco di Roma, scelse 5 ragazzi con la media più alta delle scuole romane per andare in Ruanda a portare dei soldi per costruire una scuola. Sull’aereo incontrai Riccardo Tozzi di Cattleya, riuscii a parlarci e a chiedergli se potevo lavorare con loro. Lui mi disse che se fossi uscito dalle superiori con il massimo dei voti mi avrebbero preso. E io feci di tutto per riuscirci, aiutato anche dal fatto che la mia prof di italiano nel frattempo si innamorò di me.

Dopo un anno a Fabrica, dove hai realizzato video insieme a creativi da tutto il mondo, ti sei formato al Centro Sperimentale come produttore. Come mai ti sei messo a fare lo sceneggiatore?

Ho scritto questo film perché da piccolo produttore amo la fase del soggetto, il momento in cui si ha l’idea. A me piacciono quelle idee che in due righe ti fanno capire che il film è una bomba. Così, una notte, ho avuto l’idea di questo film, ho scritto il titolo Quel bravo ragazzo e una pagina di soggetto. La mattina successiva l’ho mandato alla Lotus, dove mi hanno subito risposto che non avevano tempo di leggerlo, perché erano sommersi da altri progetti. In fondo alla mail c’era un numero di telefono. Ho iniziato a chiamarli, dicendogli che ci avrebbero messo solo tre minuti a leggere quella pagina. E alla fine li ho convinti. Una sera ero al cinema e ho ricevuto la chiamata dove mi dicevano che volevano vedermi per comprare il soggetto.

Com’è stato il percorso produttivo?

La Lotus Production è la migliore casa di produzione con cui abbia mai lavorato. La proposta iniziale prevedeva di comprare il soggetto e basta. Io però ho proposto loro di collaborare anche alla sceneggiatura, affiancato da chi volevano: hanno creduto in me e, insieme ad Andrea Agnello – Italians, Manuale d’amore 2 e 3 – e Gianluca Ansanelli – che scrive per Alessandro Siani – ho scritto la sceneggiatura. Con loro è nato un rapporto bellissimo, per me è stata una vera e propria bottega. Mi hanno anche la possibilità di stare sul set. Vedere la tua idea prendere forma e 90 persone che ci lavorano è stato straordinario. Le persone che lavorano alla Lotus hanno molto rispetto per l’autore.

Ciro Zecca

Ciro Zecca

Qual è stata l’arma vincente secondo te?

Sicuramente l’idea, che è molto semplice e high-concept: un potentissimo boss mafioso sta per morire e deve lasciare il comando a qualcuno. Non fidandosi però dei suoi scagnozzi, decide di lasciare in eredità la sua cosca a un figlio mai riconosciuto che ha vissuto in un orfanotrofio che adesso ha 35 anni e che è un bonaccione, uno che non farebbe mai male a nessuno. Viene prelevato dall’orfanotrofio, portato in Sicilia e trasformato in un boss mafioso. Il fatto che sia una commedia sicuramente mi ha aiutato, e anche avergli mandato poco materiale da leggere ha contribuito, perché li devi colpire nei pochi minuti che possono dedicarti. Ho scritto una pagina anche per dire: io ho avuto questo spunto, ma non ho la presunzione di dire che so già come voglio svilupparlo. Se poi l’idea vi piace, ne discutiamo insieme. Ho lasciato aperto il dialogo. E infine ho avuto anche una buona dose di fortuna, sono capitato nel posto giusto al momento giusto: la Lotus aveva già in previsione di fare un film con protagonista Herbert Ballerina.

La tua è una storia di speranza per tanti giovani che vorrebbero vedere le loro storie sul grande schermo. Quali consigli daresti loro?

Di sapersi adattare. Io l’ho fatto, perché dentro di me avrei un animo più drammatico. Il mondo dei produttori cerca commedie, quindi non bisogna fissarsi su film autoriali, se sei uno sceneggiatore devi essere duttile. Anche perché in Italia manca proprio la figura del soggettista. Lo ammetto, quella pagina l’ho mandata senza speranza. E la grande differenza fra prima e dopo è che adesso mi ascoltano. Se ho una nuova idea posso andare lì e discuterne con loro, cosa che per la maggior parte degli aspiranti sceneggiatori non succede mai. Ed è un peccato.

Progetti per il futuro?

Ora sono a Modena sul set di un altro film che ho scritto, Ci vuole un fisico, diretto da Alessandro Tamburini, prodotto dal CSC e da Rai Cinema.

 

di Margherita Giusti Hazon

 

 

 

 

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