“Blurred”, se mi lasci ti cancello

 

Francesco Agostini, filmmaker emiliano poco più che trentenne, ha vinto tantissimi premi come sceneggiatore (fra cui: Storie Al Femminile Solinas 2008, Sonar Subject 2009, Menzione D’Onore Franco Solinas 2011, Sonar Subject e Script 2011) ma nessuna delle sue storie è mai stata realizzata. Così un bel giorno ha deciso di andare a Los Angeles a girare un’idea che si era impadronita della sua immaginazione. Qualche mese dopo nasce Blurred, un corto di 14 minuti di produzione interamente italiana che non può lasciare indifferenti, perché oltre ad essere finalmente una storia originale, ben scritta, ben diretta e ben interpretata, parla della cosa più universale del mondo: l’amore.

Blurred racconta di un mondo dove le persone innamorate si riconoscono al primo sguardo. E non è un modo di dire: gli “innamorati” mostrano a tutti il loro vero volto, a differenza dei “non innamorati” che sono “blurrati” e se ne vanno in giro con il viso nascosto da una macchia che li rende tutti uguali e indistinguibili. In questo mondo c’è Rob, che sta cercando di capire perché Vic lo abbia lasciato e sia tornata ad essere blurrata come tutti gli altri.

Francesco, come sei diventato uno sceneggiatore pluripremiato senza film realizzati?

Dieci anni fa mi sono trasferito a Roma per fare il corso di sceneggiatura RAI Script. Da allora sono sempre stato pagato per scrivere, mi commissionavano film o serie TV che però poi non si facevano mai – sono un grande sceneggiatore che non ha mai fatto nessun film nonostante abbia vinto premi importanti. Poi ho iniziato a fare televisione come autore, e adesso lavoro come producer per due canali del pacchetto Sky. Ma ho sempre voluto fare cinema, così un anno e mezzo fa, dato che lavoravo ininterrottamente da otto anni, e avevo un’idea forte in testa, mi sono detto: sai che c’è? Che il mio corto, me lo faccio io.

Perché hai deciso di realizzarlo in America?

A livello di ambientazione avrei potuto anche girarlo in Italia, Los Angeles è come se non ci fosse. La scelta di girarlo in America è il frutto di fattori psicologici e coincidenze. Prima di tutto perché volevo andare in un posto dove nessuno sapeva chi fossi e dove potevo fare tutto quello che volevo. Volevo essere libero di fare quello che mi piaceva, senza chiedere favori a nessuno. E poi avevo un amico, Giorgio Fabbri, che era nella giuria del Premio Solinas, che vive a Los Angeles e fa il producer. Quando l’ho chiamato per dirgli che volevo raggiungerlo per fare un corso di sceneggiatura, lui mi ha risposto che con quei soldi avrei potuto girarmi un cortometraggio. E così non ci ho pensato due volte.

Com’è nata l’idea di Blurred?

Nasce tutto da una semplice battuta. Ero con degli amici e non so come chiacchierando ci siamo messi a parlare dei siti dove le persone sono “blurrate”, ad esempio siti hot, dove ci sono persone normali che non vogliono essere riconosciute.  Ad un certo punto qualcuno ha detto: “Pensa se una escort ti bussasse alla porta e quando le apri scopri che è davvero blurrata!” Da lì mi è scattata l’idea, così ho iniziato a scrivere un mezzo giallo, un thriller. Ma in realtà sono un grande romantico, e volevo fare un film d’amore. Così mi sono soffermato a pensare a cosa significasse davvero essere blurrati, e mi è venuta in mente una cosa in cui credo veramente: che la cosa stupenda di quando ti innamori è il modo in cui tu racconti te stesso alla persona che ami, è il vederti nuovo negli occhi di questa persona. Perché quando sei da solo hai il tuo lavoro, la tua casa, i tuoi amici, e puoi essere tante cose, però quando sei con la persona che ami veramente puoi essere solo te stesso. Inoltre io sono un grande fautore dell’autobiografico. Mi ero appena lasciato con la mia ragazza e volevo parlare di separazione.

Qual è il messaggio che hai voluto dare?

Due sono i messaggi: il primo è che quando sei innamorato conosci veramente te stesso e mostri te stesso agli altri. E il secondo è che non c’è “sòla” – come dicono a Roma – più grossa che essere innamorati di una persona che non ti ama più.

Raccontaci il percorso produttivo.

Una volta pronta ho mandato la sceneggiatura a Giorgio e insieme l’abbiamo sviscerata. Dopo avermi istruito sul mercato dei corti americano e aver deciso il budget, mi ha messo in contatto con Edoardo Di Silvestri, direttore produttivo del corto, e con John Rosario, che sarebbe poi diventato il direttore della fotografia. Tutto ciò è successo dall’Italia, ci sentivamo in orari assurdi. Poi mi sono messo alla ricerca degli attori: John mi ha presentato il suo migliore amico, un bravissimo attore di Philadelphia, Matt Riker, che era perfetto per la parte. Gli ho fatto un provino via Skype che ha superato subito. Con lei invece è stata più difficile. L’ho trovata attraverso un sito di casting dove in tre giorni si sono candidate 380 attrici. Fra queste, ne ho selezionate 60. Arrivato a Los Angeles, per 12 dollari l’ora ho affittato una stanza munita di una 5D, un green screen, un computer, una brocca d’acqua e una segretaria che ti organizza i provini. Le ragazze erano tutte bravissime. Ma io ho scelto Tory Taranova. Tre giorni dopo abbiamo iniziato a girare.

Sul set eri lo sceneggiatore, il regista e il produttore. Come hai fatto a gestire questi tre ruoli insieme?

È stata una situazione un po’ schizofrenica. Perché come autore e regista avrei voluto fare cose che però come produttore non potevo sostenere. L’esperienza sul set è stata straordinaria. Abituato ai set italiani dove tutti danno sempre una mano, appena ho provato ad aiutare a scaricare il camion, John mi ha preso in disparte e mi ha detto che così gli stavo facendo fare brutta figura perché aiutarli era come dirgli che non erano capaci. Così mi ha detto: “Il tuo compito è solo immaginare”. Incredibile! Io in realtà nasco come regista, anche se la regia è uno sport per ricchi. Io mi sono sempre mantenuto da solo, dai 18 ai 20 anni ho lavorato in una fabbrica di pomodori, non mi potevo permettere il CSC. Invece scrivere non ti costa nulla. Il primo anno che ero a Roma facevo il cassiere di un cinema ai Parioli e la sera, quando ero in pausa, scrivevo.

E poi cosa è successo? Com’è stato accolto il tuo lavoro?

In realtà è successa una cosa che tuttora non mi spiego: Blurred non è stato selezionato a nessun festival del mondo, nonostante io lo abbia mandato a oltre settanta festival. Poi però ho finito i soldi, e quindi ho deciso di metterlo online. Appena l’ho caricato mi ha chiamato Il Kino che sta lanciando un servizio On Demand. In 5 giorni ha fatto 600 visualizzazioni, e in un paio di settimane più di 2000, che per il web non è niente, però per un corto che dura 14 minuti è un ottimo risultato. I commenti sono stati tutti positivi. Io spero che facendolo vedere in giro il più possibile si smuova qualcosa, perché chi fa questo lavoro lo ha molto apprezzato.

Secondo te il problema sta nella storia che hai scelto di raccontare e nella sua originalità?

In Italia c’è questo brutto circolo vizioso in cui gli sceneggiatori dicono che non scrivono idee originali e fuori dagli schemi perché i produttori non gliele fanno fare. Dall’altra parte ci sono i produttori che dicono di non ricevere nessuna idea originale. Purtroppo è vero che spesso i film italiani raccontano storie piccole, ambientate nel giardino dietro casa. Manca l’universalità.

Progetti per il futuro?

Il mio progetto per il futuro è Bob: una sceneggiatura che ho scritto qualche anno fa, che ha vinto tantissimi premi, fra cui il Premio Sonar sia come soggetto che come sceneggiatura e la Menzione d’onore al Premio Solinas. Il mio progetto ora è fare quel film. Fatemelo fare, come sceneggiatore, come regista, ma fatemelo fare.

di Margherita Giusti Hazon

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