Con “La parrucchiera” Stefano Incerti porta al cinema il volto femminile di Napoli

 

Napoli e la sua popolazione dai mille volti hanno sempre esercitato un fascino particolare nei confronti della narrazione cinematografica. Forse perché non esiste palcoscenico più naturale di quello offerto dalla città sovrastata dal Vesuvio e abitata da sonorità e personaggi di diversa origine. Per questo motivo, dunque, per poter raccontare nel migliore dei modi questo luogo così particolare è opportuno dover scegliere una sola delle sue molteplici anime.

Questo è stato proprio il primo passo svolto da Stefano Incerti che, appartenendo a Napoli per nascita e frequentazione, ha deciso, con il suo ultimo film La parrucchiera, di regalarle un’ode composta esclusivamente per voci femminili.

Perciò, al centro di una vicenda quotidiana ambientata nel cuore dei quartieri spagnoli, il regista pone tre donne particolari come la bella ragazza madre Rosa (Pina Turco), la passionale e un po’ attempata Micaela (Lucianna De Falco), e infine Carla (Stefania Zambrano), transessuale dalle spiccate doti materne.

Grazie alle loro vicende e al sogno di aprire il salone di bellezza Testa e Tempesta, Incerti riesce a offrire un’immagine diversa della città senza edulcorare e abbellire l’insieme. Le difficoltà del vivere quotidiano affrontate dalla povera gente rimangono ma, sostituendo le pistole di “gomorroide” all’ambientazione con i phon e le spazzole di un salone di bellezza dalle tinte accese in perfetto stile Technicolor, La parrucchiera offre finalmente spazio a uno spaccato sociale che, nonostante imprevisti esplosivi, sembra avere una propensione naturale per il fare e non per il distruggere.

Non è un caso, dunque, che tanto spirito vitale, espresso anche attraverso tonalità calde e accese messe in contrapposizione con altre più fredde, sia rappresentato dal volto femminile di Napoli, mettendo così in scena una commedia interamente matriarcale dove l’uomo veste il ruolo di comparsa dalle caratteristiche morali non sempre edificanti.

Così, scegliendo di non cavalcare il degrado sociale e cittadino spesso evidenziato dalla cronaca, Incerti ha l’opportunità di concentrarsi sulle umane debolezze cercando di sondare in profondità la forza e la fragilità di chi, con fatica, decide di vivere diversamente. Perché Napoli non è solo criminalità, povertà e furbizia ma, puntando la luce dei riflettori su dei personaggi meno scontati, può trasformarsi anche nella protagonista di un’opera pop, raccontata attraverso un ritmo sincopato che, in alcuni momenti, potrebbe apparire brusco e poco accondiscente nei confronti della partecipazione emotiva.

Ad assicurare il naturale andamento al film, però, è soprattutto una colonna sonora che, rispettando il melting pot culturale di Napoli, riesce ad armonizzare insieme i brani del gruppo folk rock Foja, le canzoni di Tony Tammaro, di Emilia Cantone e di Rakele per terminare con l’armonia più antica e tradizionale rappresentata proprio dal dialetto napoletano. Questa “lingua” così musicale e misteriosa, infatti, è utilizzata dai protagonisti per l’intera durata del film senza timore alcuno per l’impiego dei sottotitoli, costante in tutto il film. In fin dei conti l’anima di Napoli non si afferra certo attraverso il “comprendere”, ma con il “sentire” e il “provare”.

di Tiziana Morganti

 

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