Crescere è una lotta. Di classe. “La guerra dei cafoni” di Barletti e Conti

Esce oggi nelle sale, dopo un applaudito passaggio al Bifest nei giorni scorsi, La guerra dei cafoni, opera seconda a quattro mani di Davide Barletti e Lorenzo Conte, dopo Fine pena mai (2008) e una serie di ottimi documentari.

«Perché tutto cambi nulla deve cambiare». Questa è la filosofia che caratterizza la Sicilia che si muove sullo sfondo de Il gattopardo e che sembra rappresentare alla perfezione anche l’animo de La guerra dei cafoni. In effetti al centro del film c’è sempre il sud, questa volta rappresentato dalla Puglia, che, immortalato nella durezza e naturalezza del territorio, racconta lo scontro eterno tra signori e cafoni. Un confronto, questo, che, pur mutando le sue forme con il cambiare delle epoche, in realtà mantiene intatta l’essenza di un conflitto sociale destinato a durare in eterno (vedi il prologo con il cameo di Claudio Santamaria).

A definire, però, l’aspetto innovativo del racconto cinematografico, tratto dal romanzo omonimo di Carlo D’Amicis, è soprattutto la definizione dei due schieramenti, formati in modo esclusivo da ragazzi a metà strada tra l’infanzia e l’età adulta.

A loro i registi affidano il compito di raccontare un paese che, nel pieno degli anni Settanta, è sottoposto a un inevitabile cambiamento sociale ed economico suo malgrado. Nonostante il futuro in arrivo, però, il passato continua a far sentire il suo peso attraverso la consuetudine di una guerra che, nel rude panorama di Terramatta, ancora si svolge seguendo una consuetudine antica e immobile.

Ed è proprio attraverso la composizione di questi due eserciti di attori non professionisti (sorprendenti) che Barletti e Conte compiono un raffinato lavoro di narrazione, riuscendo, allo stesso tempo, a sintetizzare ed evocare stati d’animo attraverso il costume, il linguaggio e la struttura interna della due bande.

Da una parte si schierano i signori, capeggiati dallo sfrontato e fascinoso Francisco Marinho, con i loro pantaloncini da tennis, le polo e un italiano quasi privo di inflessioni dialettali. Dall’altra, invece, si trovano i cafoni guidati dall’orgoglioso Scaleno e infagottati in abiti stracciati, che si esprimono con un dialetto scolpito dal vento e dalla salsedine.

Entrambi, però, sono uniti dall’orgoglio per la loro condizione e dal desiderio di combattere e confrontarsi per il mantenimento di antichi privilegi o per la conquista di nuove opportunità. Al centro di questo racconto tutto giovanile, dove gli adulti sono delle vaghe e fuggevoli comparse, c’è la struttura tipica del racconto per ragazzi che, pur utilizzando anche delle note dolci e ironiche, evidenzia soprattutto una violenza priva di nevrosi e sadismo. E non potrebbe essere altrimenti, visto che i signori e i cafoni  usano un linguaggio che, al di là del dialetto e dei sottotitoli, è essenzialmente atavico, istintivo e vitale. Peccato che, anche loro come il paese in cui vivono, si dovranno arrendere all’arrivo dell’età adulta.

 

di Tiziana Morganti

 

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