LA SOPRENDENTE TENEREZZA DI GIANNI AMELIO

 

«Sono innocente, sono innocente! ». Si apre con questa battuta l’ultima opera di Gianni Amelio, La tenerezza, che ha incontrato il pubblico giovedì scorso al cinema Anteo di Milano regalandogli una magistrale lezione di cinema. È Elena (interpretata da Giovanna Mezzogiorno) che traduce dall’arabo un sospettato terrorista: Elena rivela alla corte che ha di fronte, durante un processo, che questo giovane arabo sta mentendo, ma le ricordano che lei non deve interpretare, deve solo tradurre. «Non dovrebbero farci tradurre quello che dicono, ma come lo dicono», commenta poco dopo.

Fin dai primi minuti Amelio ci svela ciò che stiamo per vedere: un intreccio di personaggi che mentono, che non dicono mai quello che davvero vorrebbero dire, che non sono ciò che dicono di essere, perché si trattengono, perché hanno paura, hanno sofferto, perché il senso di colpa li ha consumati, perché alla fine «tutto ciò che facciamo è una scusa per farci volere bene». I personaggi sono come degli accumuli di conseguenze mai superate, tutti a loro modo orfani, chi di madre, chi di padre, chi di entrambi, chi di figli, e degli orfani si dice che non saranno mai più in grado di amare.

Dopo L’intrepido (2013), «un film bellissimo e sfortunato, che io metterò sempre in cima ai miei film», Amelio torna a indagare l’animo umano e lo fa attraverso il tema della paternità, dell’abbandono, del rapporto adulto-bambino, ma non inteso come età anagrafica, perché qui i bambini sono adulti «a cui si può dire tutto» e gli adulti sono bambini che non hanno mai superato quel senso di solitudine che si prova quando si cresce.

Lorenzo – Renato Carpentieri, qui una sorta di strepitoso Sean Connery italiano trattato in modo indegno nel manifesto e nei titoli di coda, dove appare come poco più di un personaggio secondario – è un avvocato più che famoso famigerato, in pensione, vedovo, quasi morto a causa di un infarto, che non ama più i suoi figli perché sono cresciuti, e che si affeziona a una famiglia che viene ad abitare accanto a lui, sconosciuti che gli danno la possibilità di tornare indietro a quando si poteva solo giocare.

È la prima volta che Amelio ha un protagonista della sua stessa età e, nonostante sottolinei come non sia stato lui a cercare e scegliere questa storia, quasi a volerne prendere un distacco, realizza il suo film più personale. Oggetto chiave del film un giocattolo che avrà il potere di stravolgere le sorti di tutti i personaggi, che non è un oggetto di finzione, ma è realtà vissuta: è «una delle poche cose che sono riuscito a conservare della mia infanzia, sopravvissuta a tutti i traslochi ed emigrazioni possibili», racconta Amelio, che quel giocattolo lo possiede da quando ha 7 anni.

«I miei film non mi somigliano, sono sempre migliori di me, ma mi piace pensare che ci sia qualcuno che ci si possa riconoscere». Amelio prende il romanzo di Lorenzo Marone, La tentazione di essere felici (Loganesi, 2015), e ne fa «una liberissima trasposizione». Non crede nella fedeltà dell’opera da cui ci si ispira, «un libro, se è bello, devi cercare di non essergli troppo vicino perché se no gli fai un cattivo servigio». Infatti il soggetto lo firma lui, riscrivendo la storia: Amelio trasforma Lorenzo – che nel libro era Cesare – in un Re Lear che rinnega ed è a sua volta rinnegato dai suoi figli, per lui solo «due principi ereditieri», e trova un po’ di tenerezza nella figura distratta, infantile, gioiosa di Michela (Micaela Ramazzotti, che non sembra ancora uscita dal ruolo de La pazza gioia), una sconosciuta, che non ha bisogno di chiedergli se ha preso le pillole ma semplicemente gli fa compagnia cucinando il ragù. Lo sfondo è quella di una Napoli scintillante e spettrale, caotica e deserta – la luce è ancora una volta quella di Luca Bigazzi – una ghostown dove a Lorenzo non resta che consumare le scarpe.

La tenerezza di cui parla Amelio non è mai ostentata, anche se è l’unica salvezza per chi ha smesso di amare, è una tenerezza che non ha mai fretta di manifestarsi e arriva dalle persone da cui meno te l’aspetti, e risiede negli sguardi, nei silenzi, come quando Fabio (Elio Germano) si mette all’altezza del vucumprà che ha appena insultato e lo guarda, come a chiedergli scusa.

Ma la tenerezza più tangibile viene da dietro la macchina da presa, da Amelio che guarda i suoi attori, sfolgoranti per talento, sì, ma soprattutto per lo sguardo che il regista posa su di loro. Gli attori li plasma, li trasforma, non li costruisce in base a un personaggio, ma fa esattamente il contrario, «avvicino il personaggio al temperamento dell’attore». L’attore si deve infilare nel personaggio, deve scomparire per lasciare spazio solo a lui. Amelio ama i suoi attori a tal punto da occuparsi solo di loro, sul set.

«Io credo a un’emozione che ti arrivi non dal dolly, o dal carrello, ma dallo sguardo, dagli occhi, dal tono di voce». Amelio i suoi attori li studia, li osserva, li mette anche alla prova, come quando – racconta – non dà lo stop alla Ramazzotti facendola recitare per 42 minuti perché sentiva che solo lei avrebbe potuto regalare quel qualcosa che mancava alla scena, e non erano brillanti battute o gesti inseriti al momento giusto, era qualcosa che poteva dare solo lei, un finale speciale.

«Guai se in una sequenza non hai un elemento non previsto, sorprendente», e questo film è pieno di momenti così umani da essere davvero sorprendenti, perché non ce li aspettiamo quasi più i momenti di sorpresa in cui un attore, da copione, dovrebbe ridere e invece piange, come succede alla Mezzogiorno verso la fine, schiacciata dalla sua durezza, dall’orgoglio, dalla paura. Ma quando il padre torna a casa, lei esce dall’apnea, «perché la felicità non è una meta da raggiungere, ma una casa in cui tornare».

di Margherita Giusti Hazon

 

 

 

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