Carl Brave x Franco 126, generazione romana

 

Dieci tracce. Dieci tracce che sembrano una sola. Dieci fotografie statiche, retrò come una polaroid e attuali come il femminicidio che bastano per riempire lo spazio buio degli Ex Magazzini, a Roma, sotto l’ombra bucherellata del Gazometro. Dieci tracce che hanno lanciato Carl Brave x Franco 126 nell’harem digitale dei cantanti di cui si dice un gran bene.

Il perché non è ben chiaro a nessuno, quasi mi viene voglia da chiederlo a tutti i ragazzi ammucchiati sotto al palco, a tutta la fila che incontro mentre entro nel locale e scambio qualche rapido saluto. Cosa sono? Carl Brave x Franco126 si sono presentati con una compilation di polaroid sfuocate e sovraesposte e una cascata di parole che ci disegnano qualcosa di così naturale da chiederci se non ci siamo già visti.

Quando attaccano, tutta la fauna accaldata che si stringe in questo piccolo club si mette a cantare a squarciagola, tipo cori da stadio, persino i due ragazzi sul palco sembrano stupirsene, ancora un po’ incerti mentre testano il risultato della loro creatività.

Occhiali da sole, camicie colorate e un atteggiamento fin troppo sfrontato se lo confrontiamo poi con le loro canzoni. Cosa sono? Vengono dall’hip hop, strizzano l’occhio alla musica indie, corteggiano il pop e fanno il verso da una parte ai cantautori dall’altra alla trap. Cosa sono non è chiaro e forse è questo il motivo per cui ci piacciono, quell’attrazione semi-illogica verso la novità, la ricerca dello stupore.

Chitarra, batteria, sassofono, strumenti che si mescolano bene, il riverbero dell’autotune a volte disturba, ma non distrae da questa passeggiata nei vicoli di Roma, di una Trastevere umana e partecipe. Queste canzoni non ti fanno emozionare, non ti fanno pensare, non ti fanno piangere, ma sono una scorpacciata di realtà, intrisa di una malinconia velata di gente senza posto.

I loro testi sono sinceri, sono loro stessi vomitati su ogni rima e raccontano quella realtà generazionale che forse si può raccontare solo così. La leggerezza con cui si vive tra cose serie e cose frivole è riflessa perfettamente nel loro palleggiare tra la morte di un nonno ai like su facebook, tra le “guardie” e i genitori che invecchiano; in quella naturale tranquillità con cui si parla di droghe, di canne, di rom, di AIDS, di negri e di “lelle” (lesbiche). Non c’è nessuno che si offende, non c’è traccia di morale, c’è uno scudo fatto di trasparenza e di romanità che li protegge. Tanti ragazzini con gli occhi un po’ rossi mi strillano intorno ogni singola frase, ripassando tutto il glossario contemporaneo che va dal car sharing allo “zozzone”, dagli onnipresenti sanpietrini alla “solita vecchia Santa Maria”, dall’Atac all’ACAB; d’un tratto mi vedo seduto con loro sull’ingresso di una chiesa, davanti al bar San Calisto, una birra in mano a far passare un’altra innocua serata romana.

Non c’è un senso di rivalsa mentre cantano, non c’è quella sopravvalutazione di sé tipico retaggio del rap, la spavalderia di chi mostra la coda tipo pavone; tutto questo non c’è in Carl Brave e Franco126, ci sono solo due ragazzi a mollo, che cercano di non affogare in questa pozza urbana. Nessuna ricerca sociologica può essere più accurata di questa melodia, nel raccontare la generazione di mezzo dei figli di Roma, non i ricchi snob, non i poveri delle periferie. I figli di Trastevere, dei turisti, dei vucumpra’, della John Cabot, delle birre dal “bangladino.

Dieci tracce, dieci polaroid che già prima di approdare su Spotify hanno vagabondato su YouTube e rimbalzato da una bacheca all’altra. C’è da ringraziare Bomba Dischi per l’ennesimo regalo. Carl sgambetta rigido sul palco, Franco sembra più sciolto con la sua maglietta di Wojtyla. In mezzo alla folla scorgo Gemitaiz e qualcuno dei The Pills, una sorta di meadley/jam conclusivo mi annuncia la fine di un concerto per forza di cose breve ma intenso. L’odore dell’erba aleggia nell’ambiente ma l’elettricità si percepisce ancora nell’aria.

Chissà se allontanandosi dalle mura di questa città tutto questo carico emozionale possa essere percepito, se questa poetica sommessa ma mai arrendevole, questa slavina di riferimenti sia, allo stesso modo, comprensibile. Per adesso ce li godiamo noi, da qui.

di Andrea Passeri

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