Verso l’infinito e oltre

 

Potrebbero stupirci con effetti speciali, come ricordava una mitica pubblicità della Telefunken. Ma preferiscono fare ottimo cinema di genere.

La primavera della fantascienza italiana viaggia su sottomarini trasformati in astronavi (la cabina di pilotaggio dello storico sommergibile Nazario Sauro è la location de L’anomalia, corto di Luca Franco in lavorazione ora, scritto con Giovanni Robbiani), su cinegiornali diventati cronache dal futuro, sullo modellini e ottiche diverse con l’aiuto del green screen solo proprio quando non puoi usare la scenografia naturale.

Viaggia sulle spalle di esploratori che non hanno paura di perdersi nelle odissee nello spazio oscuro della produzione cinematografica italiana, pur di continuare a vivere il proprio sogno, che parte da Méliès e che ora si riconosce soprattutto in Alfonso Cuaròn (I figli degli uomini più di Gravity), un po’ in Neill Blomkamp (District 9, Elysium, Humandroid) e in parte Gareth Edwards (l’ultimo Star Wars, ma anche Monsters). Quella fantascienza umanista, politica, sociale, intimista e metaforica che trova nella distopia, più che nelle scene belliche tra astronavi o cloni, la propria profonda realizzazione.

A spiegarlo meglio di tutti è Lorenzo Sportiello, che con Index Zero neanche tre anni fa ci ha regalato uno dei lungometraggi più interessanti della nostra nouvelle vague sci-fi. «La fantascienza fa parte del mio immaginario fin da piccolo e da adulto, da regista, ho capito che tutto può entrare in questo genere: horror, comicità, sentimenti. Solo in questo recinto riesci a raccontare il nostro mondo per renderlo più chiaro, e questo grazie all’iperbole naturale che ha in sé. Un film sui migranti, come Index Zero, fatto più “dritto”, magari su Lampedusa, non lo avrei trovato interessante né efficace: là traspongo tutto in un mondo non visto». Perché le influenze sono soprattutto di scrittura e si raccolgono ovunque. Anche nell’attualità. «I tunnel del mio film, percorsi da una coppia che vuole dare un futuro migliore al figlio nascituro, non sono solo quelli palestinesi, ma una metafora del mare, che mi era vietato dal budget».

In ognuno di questi film c’è un muro. E non parliamo solo di quello produttivo e distributivo, contro il quale tutti hanno sbattuto – “e speriamo che Jeeg Robot abbia cambiato le cose” dicono tutti come un mantra – ma di quelli che compaiono nei loro film. Veri o figurati, si va verso o si fugge da essi, sono parte integrante dei loro universi narrativi. «La complessità del presente, tra verità e post verità – aggiunge Sportiello – puoi interpretarla solo elevando la realtà dalla melma del populismo, del dibattito politico di questi anni. Dobbiamo insistere su questo sentiero, il mash up di generi è la vera sfida del futuro delle arti visive».

Sembra lontanissimo Riccardo Bolo dall’immaginario del collega, eppure il suo futuro (passato) remoto, debitore di Chris Marker in Tanabata, ma anche di un’estetica espressionista e allo stesso tempo debordiana in Blue Screen, ideato e scritto con Alessandro Arfuso, ci restituisce un universo politico e creativo altrettanto potente e originale. «Quest’ultimo nasce da un premio di sviluppo che prevedeva l’utilizzo dell’Archivio Audiovisivo del movimento operaio e democratico: quindi, un po’ per caso e per necessità, abbiamo visto i materiali e ci è venuta l’idea dei cinegiornali dal futuro, un futuro tutto fondato sull’emancipazione dal lavoro ».

La forza di questi ragazzi – sono tutti giovani, seppur con notevole esperienza – è proprio nel recuperare la lezione dei grandi del passato, dei Kubrick e dei Lucas. «L’anomalia – ci dice Luca Franco – è tutto fatto di modellini e riprese in studio. Chiusi in un’unica location, in cui Marte e Terra sono luoghi lontani e noi viviamo il limbo del viaggio di tre amici in un’astronave-baracca». E se tutto questo non vi sembra faccia abbastanza Star Wars, sappiate che il buon Franco ha come stelle polari 2001 Odissea nello spazio, Alien, Blade Runner e sì, George Lucas. Tanto che fu in una libreria, guardando una foto in cui dei tecnici costruivano il Millenium Falcon, che ha tratto l’ispirazione per il suo futuro mediometraggio.

E lo conferma Angelo Licata, che da fan di quella saga fa partire la sua carriera artistica e che ora aspetta l’ultima risposta da parte di una major italiana per una sua sceneggiatura sci-fi, dopo aver scritto lo splendido Engel, già di suo un universo cineletterario fertilissimo. «È la mitologia del nostro tempo, i nostri racconti attorno al fuoco. Star Wars è il capostipite che ha cambiato il cinema e la vita di molti, con archetipi, miti e una grande capacità di trasmettere principi morali importanti. Insieme a Cameron, chiaro». Non manca a questi autori l’ambizione nei contenuti e nell’estetica. Lo capisci quando Roberto Schoepflin, inventivo e raffinato nel suo cinema caustico e immaginifico, ti confessa che in lui c’è «Bunuel, quella fantascienza fantasiosa e surreale, con personaggi fuori luogo e il tempo che si annulla. Ma anche l’espressionismo tedesco, il primo Flash Gordon e i B-movies più recenti. Gli effetti speciali sono interessanti solo se non fini a se stessi. La fantascienza è un contenitore che ti dà grande libertà. Se avessi avuto la CGI, ad esempio in 666 Desdemona, avrei fatto esattamente le stesse cose».

Nicola Piovesan, forse il più eclettico, capace di creare universi come quello del prossimo Attack of the Cyber Octopuses (progetto apprezzatissimo su Kickstarter) ma anche di corti come Il Garibaldi senza barba, Deus in machina e Of your wounds, uniti solo dal suo sguardo altro e dall’impatto visionario del suo cinema, aggiunge al pantheon Stalker e Asimov, «su cui sogno di girare una trilogia sul cinema della Fondazione. La fantascienza per me è simile alla filosofia: un modo per riflettere sulle nostre esistenze, chi siamo e cosa ci facciamo qui. Per questo è nel mio cuore e torno sempre da lei: Attack of the Cyber Octopuses prende inspirazione dal cyberpunk anni ’80». E anche lui “giocherà” con modellini e miniature fatte a mano.

Matteo Scarfò, autore del potentissimo e solo apparentemente post apocalittico L’ultimo sole della notte, geniale nel trovare il suo centro narrativo nel rimpianto del superfluo e non nella ricerca del necessario, denuncia un’ispirazione più letteraria: da Dick a, soprattutto, James Ballard. «Condominium e l’Isola di Cemento, con un pizzico dello Straniero di Camus: da qui nasce questo racconto che vuole rovesciare, nei paletti del genere, i suoi archetipi».

Sono sghembi, ingegnosi, determinati. Sono ironici e arguti, sono impegnati. Perché la fantascienza è un luogo cinematografico che permette ai The Jackal di esordire con Addio fottuti musi verdi, dalle parti di Mel Brooks e non solo, o al duo Guaglione-Resinaro (sì, quelli di Mine) di tirar fuori dal cappello Afterville, corto che nel cast ha Bruce Sterling e Giorgia Wurth (vera musa sci-fi, se si pensa che già era nel mitico cult pionieristico Dark Resurrection vol. 1 di Licata), ultima tappa di un viaggio che aveva già portato i due a E:d:e:n e The Silver Rope e che di questa avanguardia sono stati i capofila.

Il presente, insomma, è luminoso, ma il sospetto è che in un cinema italiano asfittico, il futuro potrebbe essere già alle loro e nostre spalle. Ma questo gruppo, che guarda verso l’infinito e oltre, non ha paura. Sono una factory di idee senza saperlo. Ci scherza proprio Licata, che da fan è diventato regista e sceneggiatore, citando Yoda: «Sempre in movimento il futuro è. Il problema in Italia è che non c’è know-how. Talenti ne abbiamo, che magari vanno a lavorare con i Wachowski, mentre qui i produttori hanno paura di un reparto in più, quello degli effetti visivi, non sanno gestirlo. La strada c’è, ma non è facile percorrerla». Luca Franco parla della computergrafica «come una droga che nel genere ha portato l’iperbole visiva dimenticando i contenuti; tuttavia negli ultimi anni stiamo tornando a una fantascienza più povera ma più profonda: c’è spazio per noi europei, perché gli americani hanno perso la stella polare fantascientifica da Matrix in poi e si sono dati alle baracconate come gli ultimi Star Wars». Piovesan sottolinea amaro come «tutto il cinema di genere italiano ha faticato negli ultimi decenni e pensare che ne eravamo la punta di diamante, grandi cineasti ancora oggi si dichiarano alunni della nostra scuola. Esigenze e volontà produttive e distributive hanno determinato questa crisi, non la mancanza di talenti e idee. Ma il ricambio generazionale in atto nel cinema e il ruolo di internet stanno dando una spinta decisiva a progetti indipendenti sempre meno underground». Scarfò però mette in guardia «dal successo indipendente: è importante, ma ci fa rimanere in una nicchia. E la fantascienza in Italia, se si escludono casi come Bava e Margheriti, lo è sempre stata, anche quando il cinema di genere volava. Abbiamo produttori che temono i costi dei nostri film, senza capire che spesso sono low budget con tante idee, invenzioni e poche spese. Abbiamo bisogno di arrivare al grande pubblico, questa è la vera scommessa». «Si deve solo capire – sottolinea Bolo – che la science fiction è uno strumento straordinario per parlare di qualcosa di nostro, ma con uno sguardo più trasversale. Trasformare, come è successo a me, un filmato sul 1968 in una manifestazione di androidi che reclamano i propri diritti è qualcosa che mi spiazza da regista e da spettatore. L’alto budget è una condizione sufficiente, ma non necessaria». Necessari sono loro, così vicini e così diversi e che potrebbero diventare la nostra fanteria nello spazio sci-fi, tra cinema e realtà.

di Boris Sollazzo illustrazioni di Guido Salto*

* 28 anni, concept artist e illustratore 2 e 3D, ha collaborato ad Attack Of The Cyber Octopuses e a molti progetti per startup tecnologiche, case editrici (Dixidiasoft), aziende di videogiochi (ad es. il videogame The Steampunk League, ancora in produzione).

 

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